Pare che via XX settembre a Verona l’anno prossimo sarà cosìUna cartoleria che vende banane
Il ritorno in Jeep da Salleri a Kathmandu è stato lungo e scomodo.
Siamo partiti alle 5 di mattina e ci hanno fraccati in 10 su un’unica macchina (nel tratto precedente, raccontato nel post qui sotto, eravamo in 11, ma 5 persone stavano nel cassone sul retro della macchina quindi tutto sommato eravamo abbastanza larghi).
Io ero nella fila dietro assieme a Zach, Stefano e un local. Inizialmente a fianco a me c’era Tristan, ma l’abbiamo scambiato con Zach, un po’ più magro, per cercare di guadagnare qualche centimetro. Il tizio seduto a fianco a me si è addormentato di botto poco dopo la partenza, e prima mi ha appoggiato una mano sul ginocchio, poi direttamente la testa.
Siamo arrivati a Kathmandu alle 16:30 e l’autista si è rifiutato di portarci fino all’ostello, quindi abbiamo anche dovuto prendere un taxi.
Il primo frutto dopo settimane!
Gli ultimi giorni in Nepal sono stati all’insegna del cibo e dei festeggiamenti.
Appena il taxi ci ha lasciati nel Thamel sono andato a mangiare una fetta di quella cheesecake incredibile che avevo mangiato prima di partire, e quella stessa sera siamo andati a mangiare in una pizzeria che Stefano e Chiara avevano scoperto prima del trekking e dove la pizza era incredibilmente buona, con nulla da invidiare alle pizze italiane.
Il giorno seguente abbiamo scoperto che la pizzeria aveva un negozio satellite poco distante dove facevano della pizza fritta così incredibile che siamo tornati a mangiarla tutti i giorni, trasformando quel negozio nel nostro punto di ritrovo.
In vista del mio imminente ritorno mi sono fatto prendere la mano dallo shopping selvaggio, e ho iniziato ad accumulare così tanti souvenir che ho dovuto comprare una borsa per contenerli tutti. Tra gli acquisti degni di nota, oltre a una miriade di bandierine buddiste da regalare, ci sono delle baby borse North Face carinissime e un gong.
Dopo una serata di bagordi in cui Zach era tornato in ostello alle 5 ho provato a svegliarlo suonando il gong ma lui non si è mosso.Io che mi esibisco al karaoke mentre le mie amiche limonanoAll’andata avevo solo lo zaino
Il mio volo di ritorno doveva partire alle 23, ma qualche giorno prima mi era arrivata la comunicazione che era stato spostato alle 2 del mattino successivo.
Mi sono dunque recato in aeroporto verso le 23:30, ma mentre ero in coda per il timbro sul passaporto per l’uscita dal paese mi sono reso conto che il mio visto sarebbe scaduto nel giro di mezz’ora. Nel momento in cui sono arrivato davanti all’agente di frontiera era effettivamente già scoccata la mezzanotte, quindi tecnicamente ho passato 5 minuti da immigrato clandestino in Nepal.
Ci svegliamo alle 4. È buio e ha ripreso a piovere.
Da dove siamo noi alla guest house di Stefano e Chiara sono 6 km, e dobbiamo essere là entro le 7:30.
La prima parte di sentiero è una ripida scalata tra fango e merda di yak. Lo sapevamo già, perché eravamo passati di qui all’andata, ma comunque non è molto piacevole.
Arrivo a Puyia alle 6:30 e trovo in poco tempo la guest house giusta. Stefano e Chiara si stanno alzando, e nella sala comune ci sono 5 ragazzi indiani che devono prendere la jeep con noi. Prendo un tè mentre aspettiamo Zach e Liv, che arrivano nel giro di mezz’ora.
Dalla guest house dobbiamo solo percorrere un brevissimo tratto di sentiero per uscire dal villaggio e connetterci alla strada. Il gestore delle guest house, che ha arrangiato la chiamata con la jeep, si è offerto di accompagnarci fino là. Secondo Stefano lo fa per alzare il prezzo e intascarne una parte.
Poco prima di arrivare alla strada, nell’ultimo passaggio impervio del sentiero, incontriamo Tristan, un ragazzo tedesco che diventa immediatamente uno di noi!
Ha appena passato 10 giorni a fare un ritiro silenzioso in un monastero, e adesso sta facendo ritorno a Kathmandu.
La partenza della jeep è un po’ complicata: noi siamo in 5, in più c’è Tristan e il gruppo di 5 indiani. Undici persone in tutto, e una sola auto!
Il viaggio è molto movimentato: la strada in questo tratto è davvero molto dissestata.
A circa metà del tragitto la strada si interrompe del tutto, e dobbiamo attraversare a piedi un ponte sospeso per poi prendere un’altra jeep sulla sponda opposta.
Arriviamo a Salleri alle 16 e prenotiamo il trasporto per il giorno successivo: domani sono altre 11 ore di macchina per arrivare a Kathmandu!
A questo punto del trekking era ancora in discussione l’opzione di tornare a Kathmandu con un volo da Lukla. I primi giorni di cammino, quelli che collegavano la fine della strada carrozzabile al sentiero principale, erano stati un lungo saliscendi su terreno fangoso: un’esperienza che non eravamo così contenti di dover ripetere. Io e Liv peraltro in quei giorni eravamo anche stati male, quindi ci era rimasto un ricordo terribile. D’altro canto però il volo da Lukla costava 180 euro, un prezzo completamente fuori dal budget di questo viaggio. C’era inoltre da considerare il fatto che in caso di maltempo l’aeroporto poteva restare chiuso per diversi giorni, lasciandoci bloccati a Lukla. Era però spuntata una terza opzione. Stefano e Chiara ci avevano detto che c’era la possibilità di prendere una seconda jeep che collegava Puyia a Salleri. Giusto per capirci, Salleri è il paese dove ci aveva lasciati la jeep all’andata, mentre Puyia è un villaggio che abbiamo raggiunto dopo due giorni di cammino e dove effettivamente c’era una strada in costruzione. Riprendere la jeep da Puyia, che si trova a sole tre ore di cammino dal bivio per Lukla sul sentiero principale, significherebbe risparmiarsi sia due giorni di cammino che i soldi del volo. Un sogno. Vabbè in realtà significa anche farsi due intere giornate in auto su strade dissestate, ma non si può avere tutto. C’è di più: Stefano e Chiara arriveranno a Puyia oggi e prenoteranno la jeep per il giorno seguente. Se riuscissimo ad arrivare là anche noi entro domani mattina potremmo prendere lo stesso mezzo e avere già il posto garantito. Questo significa però dover ripercorrere tutto il sentiero da Namche a Surke in una giornata, quando all’andata l’avevamo fatto in due giorni. Sarà una lunga giornata di cammino, nonostante adesso il percorso sia in discesa.
Mi sveglio alle 7 e c’è una sorpresa: piove!
Era dai primissimi giorni di cammino che non vedevamo la pioggia, ma se allora erano gocce leggere questo è un vero e proprio temporale. Evidentemente la nostra fortuna è finita e la stagione dei monsoni è finalmente arrivata. Poco male visto che ormai siamo alle battute finali del trekking, e che comunque non mi dispiace camminare sotto la pioggia.
I miei compagni di viaggio evidentemente non la pensano come me, e non accennano ad alzarsi.
Quando sono le 9 io ho già fatto colazione e sono pronto a partire, e la pioggia è pure nettamente calata. Gli altri se la prendono comoda e non solo lasciamo la guest house alle 10:30, ci fermiamo pure subito nella bakery del giorno prima! Impazzisco!
Fortunatamente la sosta è breve, e per le 11 ci mettiamo davvero in marcia.
Scendiamo da Namche e ripercorriamo l’Hillary Bridge, che ora ha molte più bandierine e sciarpe appese. Sembra che tutte le sciarpe che venivano distribuite durante l’Everest Day siano state appese qui.
Poco dopo è il momento di oltrepassare il cancello e uscire finalmente dal parco nazionale dell’Everest.
Alle 13:45 ci fermiamo per pranzo a Bengkar (2630 m) dove prendiamo tutti noodles con verdure e uova. Alicia ci tiene a spiegare ai gestori come vuole che le sue uova vengano preparate.
Ce la prendiamo molto comoda, e ripartiamo dopo un’ora.
Alle 16:30 arriviamo a Phakding dove incredibilmente ci fermiamo ancora una volta alla grande bakery che c’è lungo la strada.
Sono quindi le 18 passate quando arriviamo a Chheplung, dove c’è il bivio per Lukla e Alicia ci saluta per andare all’aeroporto.
Noi abbiamo meno di un’ora di luce per arrivare a Surke.
Ancora una volta allungo il passo ed arrivare in paese il prima possibile per trovare una guest house ancora aperta. Quando arrivo a Surke sta iniziando a fare buio. Mi dirigo immediatamente alla guest house dove io e Liv avevamo alloggiato all’andata, sperando che sia aperta e che servano ancora la loro incredibile zuppa di verdure.
Purtroppo è chiusa, ma di fronte c’è una minuscola guest house sul retro di un emporio che mi propone due fatiscenti stanze per la notte.
Quando arrivano i miei compagni di viaggio è ormai buio, ma fortunatamente riusciamo a trovare una seconda guest house un po’ più accogliente dove alloggiare.
I prezzi sono molto più bassi in questa zona, e preso dall’entusiasmo Zach ordina un gigantesco thermos di Masala Tea da condividere. Solo che appena arriva ci rendiamo conto che nel Masala Tea c’è anche il latte, e pertanto Liv non lo può bere. Quindi io e Zach ci ritroviamo a dover bere una quantità esagerata di tè in pochissimo tempo.
Nonostante la ricezione telefonica sia molto scarsa riesco a inviare un messaggio a Chiara per confermare la nostra presenza sulla jeep domani mattina.
Dobbiamo essere a Puyia alle 7:30, e nel migliore dei casi saranno due ore di cammino.
La sveglia è dunque fissata per le 4:30.
Partiamo alle 9 da Thame per fare finalmente ritorno a Namche Bazar.
Poco dopo la partenza attraversiamo un ponte sospeso e io e Zach ci fermiamo a fare una pausa. Liv invece decide di proseguire e si porta in testa.
Qualcuno ci aveva detto che sarebbe stata tutta discesa, ma scopriamo che non è così, e a metà percorso il sentiero torna a salire.
Namche si presenta a noi quasi inaspettatamente dopo una curva, quando pensavo mancasse ancora un chilometro.
Liv è arrivata per prima, quindi tecnicamente vince lei il giro dei Tre Passi.
Namche è completamente cambiata da quando l’abbiamo lasciata. È praticamente tutto chiuso, compreso il ristorante dove avevamo mangiato quell’hamburger gigantesco che speravamo di poter assaporare di nuovo.
La guest house dove ci eravamo fermati all’andata è ancora aperta, quindi torniamo a soggiornare lì, Io e Zach in una stanza, Liv e Alicia in quella a fianco.
Andiamo a pranzare nella bakery principale del paese, ancora aperta ma deserta.
Stanchi di mangiare dal bhat, io e Zach non riusciamo a decidere se prendere hamburger o pizza. Alla fine li prendiamo entrambi: un hamburger a testa e una pizza da condividere. Abbiamo molta fame.
Non essendoci altro posto aperto in tutta Namche, restiamo alla bakery a bere fino alla chiusura (che è alle 20). A un certo punto finiamo tutte le lattine di birra che hanno in esposizione dietro al bancone, e chiediamo se ne abbiano altre. Ci dicono di sì, ma si scusano perché sono in frigorifero. Boh.
Tornando in guest house la troviamo chiusa come quella volta che siamo tornati a mezzanotte. Evidentemente chiudono prestissimo.
Ceniamo (siamo costretti a farlo qui anche se il cibo non è un granché) e poi proseguiamo ancora un po’ i festeggiamenti nelle nostre stanze.
Facciamo colazione alle 7, e visto che oggi c’è da affrontare l’ultimo passo prendo anche una coca cola, nonostante costi 650 rupie (5 euro).
Abbiamo gli zaini pronti alle 8, ma tra una cosa e l’altra non riusciamo a metterci in cammino prima delle 9. Il gestore della guest house insiste per farci delle foto e benedirci con delle sciarpe.
Il primo tratto del sentiero è in dolce pendenza e costeggia il lago di fronte a Gokyo fino alla sponda opposta. Lì troviamo un’area di sosta con una tettoia e dei pannelli informativi. Da lì parte la ripida scalata per il passo.
Oggi assieme a noi c’è anche Alicia, una ragazza tedesca che ha alloggiato nella nostra stessa guest house. Parla solo di sé è continua a vantarsi di aver scalato le vette di Island Peak e Lobuche East. Siamo abbastanza certi che non sappia nemmeno come ci chiamiamo.
La ripida salita ci porta su una spianata in quota dove mi fermo per una breve sosta e vengo superato da Zach, che ha deciso di dare tutto su quest’ultimo tratto.
Arriviamo al passo di Renjo La (5360 m) verso le 12. Lì troviamo il ragazzo indiano con guida che avevamo già incontrato sul primo passo. Il ragazzo è lentissimo e la sua guida è annoiatissima e non ne può più di avanzare così lentamente.
Ripartono poco dopo il nostro arrivo, mentre noi passiamo una buona ora e mezza a festeggiare sul passo.
Il primo tratto di discesa è molto ripido, ci sono addirittura dei gradini ricavati nella roccia e, dopo aver costeggiato un altro lago, si apre su una bellissima vallata con un torrente, laghetti e yak che pascolano.
Con un’ultima ripida discesa arriviamo a Lungdhen, un piccolo paesino a quota 4380 mt, esattamente 1000 metri più in basso di dove eravamo poco più di un’ora fa.
Anche qui c’è un’unica guest house aperta, dove ci fermiamo a pranzare.
C’è di più: la proprietaria ci dice che tutte le guest house da qui fino a Thame sono ormai chiuse. Quindi abbiamo solo due opzioni: o ci fermiamo qui oppure dobbiamo arrivare a Thame, a 10 chilometri da qui, entro sera.
Decidiamo all’unanimità di proseguire verso Thame, e ci rimettiamo in marcia.
Mentre pranzavamo è anche calata una nebbia che aggiunge ulteriore incertezza alla nostra missione.
Ma il sentiero continua a scendere, e quando siamo circa a 4200 metri di altitudine ci rendiamo conto che riusciamo a respirare con molta più facilità dei giorni passati. Ci sentiamo pieni di energia e parte l’euforia generale.
Quando scendiamo sotto quota 4000 metri iniziano a riapparire gli alberi: erano settimane che non li vedevamo!
Siamo talmente presi dall’euforia dell’ossigeno che a un certo punto sbagliamo pure strada, e attraversiamo un ponte sospeso che non dovevamo attraversare.
Nel frattempo però sta calando il buio, e quando arriviamo a Thame (3820 m) dobbiamo affrettarci per trovare una guest house che ci accolga.
Fortunatamente la troviamo in fretta, ma quando siamo sulla soglia Zach è così euforico che vorrebbe camminare direttamente fino a Namche (altre due ore di cammino, e arriveremmo a notte fonda quando nessun posto è ancora aperto). Incredibilmente abbiamo valutato seriamente quest’opzione, ma alla fine ci siamo fermati.
Un cavalloUno yakSulla sinistra, esattamente dietro il picco roccioso in primo piano, c’è la vetta dell’Everest
Ieri è stato un giorno di completo riposo, passato quasi interamente nella sala comune della nostra guest house. C’è stato solo un breve intervallo dall’ozio in cui siamo usciti all’aperto per lavare i nostri vestiti, che ne avevano decisamente bisogno.
Oggi salutiamo per l’ultima volta Stefano e Chiara, che sono un giorno avanti a noi e oggi superano il terzo e ultimo passo. Da lì in poi sarà tutta discesa e non sono previsti altri giorni di acclimatamento, quindi non dovremmo più incontrare Stefano e Chiara fino al ritorno a Kathmandu.
Il nostro programma odierno prevede invece la salita a Gokyo Ri, il picco che sormonta il nostro attuale villaggio e da cui si vedono tutti i laghi. È una scalata piuttosto ripida di circa 500 metri in meno di due chilometri.
La stanchezza si fa sentire, e impieghiamo quasi due ore ad arrivare in cima, a quota 5360 metri. La vista però ci ripaga dello sforzo: si vedono i 4 Gokyo Lakes con la loro acqua azzurrissima, il famigerato ghiacciaio attraversato due giorni fa e persino l’Everest in lontananza.
Dall’altro lato riusciamo a individuare il terzo passo, e col binocolo riesco a scorgere Stefano e Chiara proprio nel momento in cui lo stanno superando.
Torniamo alla guest house dove pranziamo con un piatto tipico che somiglia molto al frico e viene condito con una salsa a base d’aglio molto buona. La cucina di questa guest house è molto fornita e ci sta facendo scoprire nuove pietanze locali.
Oggi è il giorno del secondo passo, Cho La.
Le poche altre persone oltre a noi che lo affronteranno oggi sono tutte accompagnate da guide, che gli impongono la partenza alle 5:30.
Noi, ormai confidenti nelle nostre abilità, partiamo alle 7:30.
Il cielo è un po’ più nuvoloso rispetto ai giorni scorsi, e inizia anche a fare più freddo.
Il primo tratto di sentiero è molto bello, con un leggero falsopiano che ci porta inevitabilmente alla solita ripidissima salita.
Inizio la scalata ma mi rendo conto di essere senza energie. Normalmente una barretta Snickers è sufficiente a farmi riprendere, ma in questo caso ne mangio due e sento comunque di non avere forze.
L’ultima salita prima del passo prevede di attraversare un piccolo ghiacciaio (questa volta davvero la parte ghiacciaio), motivo per cui gli altri trekkers sono partiti prestissimo: quando si alza il sole e inizia a fare caldo può essere un po’ più difficoltoso camminare sulla neve.
Al nostro arrivo comunque il ghiacciaio è ancora solido, e la traversata è agevole.
Arriviamo al passo di Cho La (5330 m) alle 10:30.
Trovo un paio di occhiali da sole su una roccia, e Zach indossandoli dice che sarebbero perfetti per andare in un club di Berlino. Facciamo quindi partire della musica techno e ci mettiamo a ballare. Polverizziamo una pastiglia di diamox, il farmaco contro gli effetti dell’altitudine, e facciamo finta sia cocaina.
C’è una cosa che nessuno vi dice quando fate il trekking dei Tre Passi, ed è che dopo il secondo passo non è tutta discesa, ma c’è una seconda salita che porta a un ulteriore passo, segreto.
Quindi i passi del trekking dei Tre Passi sono quattro.
Quando arriviamo là, in circa un’ora, sono stanchissimo. Ma fortunatamente non ci sono altre sorprese, e finalmente inizia la discesa in una bella vallata con un ruscello.
Ai piedi della valle c’è un piccolo villaggio, Dragnag (4700 m), dove c’è una sola guest house aperta dove ci fermiamo a pranzare.
Prendiamo un piatto di noodles a testa e, dopo attenta considerazione visto il suo prezzo di 500 rupie (circa 4 euro), decido di prendere una bottiglietta di coca cola.
La coca cola fa il miracolo di ridarmi energie, ma di fronte a noi si presenta l’ennesimo ghiacciaio morenico, peraltro molto esteso. È un tratto di circa 4 chilometri e dicono ci vogliano 3-4 ore per percorrerlo.
Alla fine non è così male, è un bel labirinto tra i vari cumuli di roccia e i laghetti. Per qualche strano motivo i laghi che si formano in questo ghiacciaio sono di due tipi: in alcuni l’acqua è sporchissima e marrone-grigia, in altri è di un cristallino azzurro-verde bellissimo.
L’ultimo tratto di sentiero, quello che ci porterebbe fuori dal ghiacciaio, è completamente franato (oppure da qualche parte abbiamo sbagliato strada, anche questa ipotesi plausibile), quindi ci dobbiamo arrampicare in malo modo sulla parete per uscirne.
Sbuchiamo fuori dal ghiacciaio, e dopo aver girato attorno a un colle erboso avvistiamo finalmente i laghi di Gokyo, una serie di laghi con acqua azzurrissima.
Gokyo (4790 m) è rinomata per i suoi laghi ed è una delle principali attrazioni turistiche della zona. In paese ci sono dei veri e propri resort, che raggiungono i 4 piani (cosa insolita per questi luoghi) e ricordano un po’ degli alberghi da località sciistica.
Ormai però, come già detto, la stagione turistica è ben conclusa, e il villaggio è praticamente deserto. Stefano e Chiara, che sono arrivati ieri, hanno già preso alloggio in una delle poche guest house rimaste aperte, e sono riusciti a concordare un buon prezzo anche per noi. La guest house, un vero e proprio albergo, è di gran lunga la migliore in cui abbiamo soggiornato finora, ed è pure meglio dell’ostello di Kathmandu (che in effetti non è che fosse l’emblema del lusso).
Ci sistemiamo nelle stanze e andiamo in esplorazione del paese alla ricerca di una bottiglia di rum per festeggiare. È però tutto chiuso, è l’unica cosa che riusciamo a trovare è del Roxi, il “vino” locale fatto col riso.
Nella nostra guest house c’è anche Ed the Gnocchi Guy, quindi vorrei provare a chiedere alla guest house di usare la loro cucina per provare a preparare gli gnocchi.
Farina e patate ci sono di sicuro, e anche la cannella per il condimento dovrebbe essere facile da reperire. Peraltro la cannella sembra faccia bene per l’altitudine, quindi è un piatto perfetto.
Alla guest house non sono però molto flessibili. Quando per cena ordino due hamburger vegetariani per me e Liv e chiedo di mettere il formaggio di Liv sul mio hamburger (lei è vegana), mi dicono che non è possibile. Viste queste premesse il mio sogno di preparare gli gnocchi sfuma.
Serata pazza bevendo roxi in compagnia, andiamo a dormire alle 23 che è tardissimo per come ci siamo abituati.
Ma questo non è un problema: domani c’è il primo giorno di riposo completo da quando siamo partiti da Namche Bazar!
Oggi finalmente un giorno di grande relax: sono solo 8 chilometri da qui a Dzonglha, e praticamente tutti in discesa.
Faccio finalmente la cacca a 5000 metri, un’emozione che non si può descrivere, e ci rimettiamo in cammino quando sono le 11.
Il sentiero è, come previsto, bello e facile, ma dopo aver girato attorno al fianco di una montagna entriamo in una nuova vallata dove si alza vento e la temperatura si abbassa.
Troviamo uno spiazzo erboso dove ci fermiamo a fare una pausa, e mentre siamo lì veniamo raggiunti da Eddie The Gnocchi Guy, il ragazzo con la felpa con scritto gnocchi conosciuto ieri al campo base, e Michael, l’olandese che ho conosciuto lungo il circuito dell’Annapurna.
Una delle loro guide ci dice che qui siamo molto vicini al campo base del Lobuche East, un picco che svetta qui sopra.
L’ultimo tratto di cammino è molto suggestivo, e con una breve salita arriviamo a Dzonglha (4830 m) per le 13:30. Ancora una volta il paese è più che altro un agglomerato di 4-5 guest house e poco più. Di fronte al paese c’è un’imponente montagna rocciosa che sembra vicinissima.
Prendiamo alloggio nella stessa guest house di Eddie, che non si era fermato a fare pausa ed è arrivato poco prima di noi.
Io e Zach dividiamo per pranzo un “cheese veg sandwich” con patate fritte e uova. Buonissimo.
Resta poco altro da fare a Dzonglha, dove sembrano esserci più yak che persone.
La vista salendo su Kala Patthar. Il picco ben illuminato dal sole sulla sinistra è l’Ama Dablam, quello di cui abbiamo visitato il campo base qualche giorno fa…
Non paghi della lunghissima giornata di ieri, anche oggi abbiamo un fitto programma.
Per prima cosa saliremo su Kala Patthar per ammirare l’alba dalla cima, poi torneremo giù e andremo finalmente a visitare il campo base dell’Everest. Infine, una volta recuperati gli zaini dalla guest house a Gorak Shep, inizieremo la discesa. Idealmente vorremmo raggiungere Dzonglha, il paese prima del secondo passo, ma più realisticamente ci fermeremo a Lobuche.
La sveglia alle 4 del mattino conclude quella che sarà l’unica nottata sopra i 5000 metri di tutto il viaggio. Tutto sommato l’altitudine non si fa sentire. C’è però un grande problema: siccome partiamo in fretta e furia per la scalata, e siccome ieri sono andato in bagno alle 16 a Lobuche, non ho tempo di fare la cacca. Questa era la mia unica occasione per fare la cacca sopra i 5000 metri, e sta sfumando.
È ancora buio quando ci incamminiamo per la cima, e in cielo c’è ancora la luna. Ancora una volta siamo solo io e Zach, Liv ha deciso di restare a letto per riposare il suo ginocchio.
Con i suoi 5645 metri, la cima di Kala Patthar è ancora una volta il punto più alto che abbia mai raggiunto, e sarà il punto più alto di tutto il viaggio.
Quando arriviamo ci sono già alcune persone sulla cima, ma se ne vanno quasi subito.
Poco dopo arrivano anche Stefano e Chiara, e per un’ora abbiamo la cima tutta per noi.
La vista è incredibile.L’ombra dell’Everest che taglia il cielo all’alba
Sono da poco passate le 7 quando ci prepariamo a scendere, ma Zach mi ricorda che non abbiamo ancora giocato a scacchi sulla cima. Disponiamo dunque la scacchiera su un masso e giochiamo una partita in cui sono particolarmente ispirato e vinco. Resto imbattuto a scacchi sopra i 4500 metri di altitudine.
Alle 8 facciamo ritorno alla guest house di Gorak Shep, dove faccio colazione con un abbondante piatto di spaghetti.
Liberiamo le nostre stanze e lasciamo gli zaini nella zona comune della guest house, e finalmente siamo pronti per raggiungere il campo base dell’Everest.
La foto che io ho scattato a Zach vs. quella che lui ha scattato a meUn’altra incredibile foto di Zach
Il sentiero è ancora una volta sassoso e di difficile navigazione, impieghiamo circa un’ora e mezza per percorrere poco più di tre chilometri. Lungo il percorso incontriamo alcuni porter che stanno trasportando a valle i rifiuti lasciati al campo base. La stagione delle scalate è ormai finita da giorni, il campo ormai è stato smontato, e queste sono le ultime cose da rimuovere.
Già normalmente il campo base non rappresenta un luogo di particolare pregio, ma ora è rimasta solo un’anonima distesa di sassi.
Tra questi c’è comunque il grande masso con la scritta che segna l’arrivo al campo base, dove ci fermiamo a scattare alcune foto.
Ai piedi del masso troviamo anche due nepalesi arrivati appena prima di noi, che ci offrono della frutta secca e ci scattano le foto di gruppo. Uno di loro lavora per Nims, il tizio che ha scalato tutti gli 8000 in 6 mesi e ora organizza spedizioni sull’Everest, e cerca di convincerci a scalare con la sua compagnia la prossima stagione.
Dopo un’oretta di esplorazione di quello che resta del campo base iniziamo a tornare verso Gorak Shep. Sulla via del ritorno incrocio un ragazzo con una felpa con scritto Gnocchi (con il logo di Gucci) e quindi gli chiedo se sia italiano. Scopro che è inglese, ma dice che gli gnocchi gli piacciono molto. Mi chiede quale sia il mio condimento preferito per gli gnocchi e allora gli consiglio i segretissimi gnocchi con grana, zucchero e cannella. Penso che sarebbe incredibile se riuscissimo a prepararli qui tra le montagne dell’Himalaya, dopotutto farina e patate sono ingredienti che si trovano anche qui…
Tornati a Gorak Shep, il gestore della guest house dove abbiamo lasciato gli zaini cerca di conviverci a farci portare da lui in elicottero fino a Katmandu. Farebbe dei magheggi con l’assicurazione e noi non pagheremmo nulla. Ma noi abbiamo ancora molti giorni di cammino a cui non vogliamo rinunciare, quindi recuperiamo gli zaini e proseguiamo la discesa.
Siamo tutti concordi sull’abbandonare il progetto originale che prevedeva di arrivare a Dzonglha oggi e superare il secondo passo, Cho La, domani. Negli ultimi due giorni abbiamo praticamente coperto quelli che normalmente sarebbero quattro giorni di cammino, e siamo abbastanza stanchi.
Inoltre tra qui e Lobuche vogliamo fare una piccola deviazione per andare a visitare la Piramide, un centro di ricerca italiano che studia il particolare ambiente sopra i 5000 metri.
L’avevo intravista scintillare ieri scendendo da Kongma La verso Lobuche, ma poi non ci eravamo fermati.
Stefano e Chiara invece ci hanno raccontato che l’hanno visitata, e che il responsabile è molto disponibile a mostrare anche i laboratori.
Una volta là scopriamo che la piramide è anche attrezzata come guest house, utilizzando quelli che sarebbero gli alloggi dei ricercatori. Il responsabile, praticamente il solo abitante del centro da quando i fondi sono stati tagliati, ci propone un pacchetto di pensione completa per 3500 rupie, comprensivo di cena, colazione, pernottamento e snack vari.
Nonostante sia leggermente sopra il nostro budget, decidiamo che ci meritiamo questo servizio.
Io in particolare spingo per fermarci qui per un motivo molto importante: la Piramide è ufficialmente posta a 5050 metri sul livello del mare, quindi domattina avrò modo di coronare il mio sogno di fare la cacca sopra i 5000 metri (peraltro in una stazione costruita da italiani, probabilmente unico luogo in tutto il Nepal dove è presente un bidè).
Anche le docce non sono male, e faccio la prima dopo 11 giorni!
Qui siamo appena partiti da Chhukhung e abbiamo già sbagliato strada
Partiamo alle 7:30 per Kongma La, che pare sia il più impegnativo dei tre passi.
Appena partiti sbagliamo sentiero e iniziamo a salire su un terreno molto franoso. Come sempre succede in queste situazioni, piuttosto che scendere per cercare la via giusta, ci ostiniamo a mantenere ogni centimetro di dislivello guadagnato e cerchiamo di riconnetterci al sentiero tagliando in quota. Questo ci porta ad attraversare diversi avvallamenti franosi, ogni volta sperando che sia l’ultima ma ogni volta scoprendo che ce n’è un altro dopo.
Di fronte all’ennesima frana da attraversare, Zach decide che ne ha abbastanza e si dirige non verso valle, dove sicuramente riuscirebbe a ritrovare il sentiero, ma verso l’alto, sperando di scollinare il pendio e di trovare il sentiero lassù.
Io e Liv continuiamo a procedere in orizzontale e, con un po’ di su e giù e dopo altre tre frane, riusciamo finalmente a ritrovare la via. Ci sono volute quasi due ore e abbiamo percorso solo due chilometri. Incredibile!
Ora che abbiamo ritrovato la via iniziamo ad avanzare velocemente, forti anche del fatto che la pendenza è dolce in questo primo tratto. Dopo circa mezz’ora ritroviamo anche Zach, che ci racconta di aver fatto un giro assurdo e di aver dovuto scalare per altri 3-400 metri prima di ritrovare la via.
Dopo aver avvistato uno strano topo/coniglio incontriamo anche quelle che probabilmente sono le uniche due altre persone sul sentiero oggi: un ragazzo indiano e la sua guida.
Il ragazzo procede lentissimo, a vederlo pensavamo che stesse molto male a causa dell’altitudine, ma la guida ci rivela che è solo in hungover.
A questo punto inizia una scalata ripidissima, la più dura che abbia affrontato in tutto il trekking. Il sentiero sale a zig-zag praticamente in verticale. Ognuno sale col suo ritmo, e io inizio a distanziare gli altri: ho deciso che li aspetterò al laghetto che c’è appena prima del passo. Il lago è segnato sulla mappa e ieri siamo pure riusciti a scorgerlo dalla cima di Chhukhung Ri, quindi sono già un paio di giorni che ce l’ho in mente: vorrei provare a farci il bagno.
Nonostante siamo a oltre 5000 metri di altitudine il clima è infatti ben diverso da quello che avevo trovato sul passo di Thorung La lungo il circuito dell’Annapurna, quando c’erano -18° C e mi si era congelata la barba.
Qui le giornate sono piuttosto calde e, sebbene quando tiri vento faccia un po’ fresco, spesso il motivo per cui indossiamo le maniche lunghe è per proteggerci dalla fortissima luce solare più che dalla temperatura.
Una volta superata la ripida salita, la pendenza torna ad essere dolce, ed è forse uno dei tratti più belli del sentiero.
Quando arrivo al lago mi rendo conto che farci il bagno dentro era una prospettiva molto ottimista: c’è in effetti abbastanza freddino. Inoltre l’intero lago è circondato da un anello di ghiaccio che, se ci saltassi dentro, renderebbe molto difficile uscirne.
Scartata l’ipotesi del bagno, mi limito ad aspettare gli altri. Zach e Liv arrivano poco dopo di me e insieme cerchiamo di capire come prosegua il sentiero da qui.
Sebbene si veda il passo poche decine di metri sopra di noi infatti, la via per arrivarci è completamente indecifrabile.
Nonostante le perplessità, in qualche modo riusciamo a trovare il percorso, che è effettivamente molto incerto ed esposto, e finalmente riusciamo a raggiungere il passo di Kongma La, altitudine 5535 metri.
Finalmente riusciamo a vedere, dall’altro versante, la vallata in cui si trova il campo base dell’Everest.
Dopo le dovute celebrazioni, iniziamo la discesa verso il fondo valle.
In solo mezz’ora arrivo a circa metà della discesa, dove mi fermo su una grossa roccia ad aspettare gli altri. Ora c’è caldo e mi tolgo la maglietta per asciugarla e pareggiare la mia abbronzatura, anche se in pochi minuti gli altri mi raggiungono e ripartiamo.
Una volta giunti a fondo valle scopriamo che per raggiungere il villaggio di Lobuche dobbiamo attraversare un ghiacciaio.
Non si tratta di una distesa di ghiaccio ma del letto morenico dove si accumulano i detriti. È un’enorme distesa di ghiaia costellata di piccoli laghetti. Il terreno è molto irregolare e instabile e costringe a un tedioso saliscendi per districarsi tra gli accumuli pietrosi e le pozze d’acqua. Il terreno sassoso inoltre assorbe la forza dei passi, aumentando lo sforzo richiesto.
Il tutto avviene mentre l’intero ghiacciaio scricchiola in modo sinistro, e ogni tanto qualche pezzo di ghiaccio e roccia si stacca e rotola nei laghetti.
Malgrado tutto devo comunque ammettere che è un bel labirinto e la navigazione è resa più interessante dalla costante ricerca delle bandierine che segnano la via.
Arriviamo a Lobuche (4910 m) per le 16 e ci fermiamo per pranzare. Da qui sono solo 4.5 chilometri fino a Gorak Shep, l’ultimo avamposto prima del campo base dell’Everest, e la pendenza non sembra essere eccessiva. Nonostante Lobuche sia il luogo più logico dove concludere questa già lunga giornata di cammino, decidiamo dunque di proseguire fino a Gorak Shep. Stasera sorgerà la luna piena, quindi anche dovesse calare il sole avremmo comunque luce a sufficienza per proseguire il cammino. Inoltre ci siamo messi in testa che vogliamo vedere la luna sorgere dietro all’Everest, quindi dobbiamo per forza arrivare là stasera.
Ci rimettiamo in cammino alle ore 17, ma prima di farlo faccio la cacca (è un dettaglio che tornerà molto importante domani). I primi due chilometri sono praticamente pianeggianti e molto facili ma, dopo una breve salita, scopriamo che tra noi e Gorak Shep si frappone un altro fottuto ghiacciaio. Gli ultimi due chilometri sono quindi un ennesimo saliscendi sfiancante.
Quando arrivo a Gorak Shep (5125 m), un po’ prima di Zach e Liv, è ormai buio. Sfrutto il leggero vantaggio che ho sui miei compagni per capire quale delle tre guest house che compongono il villaggio sia quella dove alloggiano Stefano e Chiara.
Una volta individuata la guest house dove stanno i nostri amici, mi metto sul sentiero per intercettare Zach e Liv e condurli là.
Gli alloggi a Gorak Shep sono molto spartani, e in particolare i bagni sono piuttosto carenti: letteralmente un grosso buco nel pavimento da cui si vede tutto quello che sta sotto.
Quando ceniamo sono le 20:30, tardissimo per gli standard di questo trekking. È stata una giornata lunghissima, ma domani la sveglia è fissata alle 4 per salire in cima a Kala Patthar, il miglior punto panoramico per ammirare la vetta dell’Everest!
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